"Ai fiorentini della mia età - diciamo mezza età - è inutile ricordare chi era Lorenzo Gambacciani. Lo ricordano certamente: alto, grosso, balbuziente, e violento. Fascista della prima ora, molti dicono che a quell'epoca abbia anche stordito a pugni qualche "sovversivo" e lo abbia gettato nel forno del suo panificio. Personalmente posso testimoniare sulla sua crudeltà e la sua violenza.Mio padre, socialista all'antica, onesto e ingenuo, spesso scendeva disarmato in campo aperto e le prendeva di santa ragione. Meno spesso si lasciava convincere da mia madre, da me e dai miei due fratelli a rifugiarsi, per amor nostro, presso i nostri contadini.Quando Gambacciani lo veniva a cercare e non lo trovava, la mamma e noi tre ragazzi sopportavamo l'urto. Era quasi sempre di notte, ci faceva alzare dai nostri letti e rovesciava sui materassi l'acqua della brocca. Lo incontrai, Lorenzo Gambacciani: era il gennaio del 1945. L'incontro avvenne casualmente in una strada di Milano; era arrivato con i fascisti sfollati al nord. Di anni ne erano passati, lui non poteva riconoscermi: all'epoca dei suoi soprusi ero poco piú che una bambina. Il mio odio lo riconobbe e non mi era possibile fare niente: lavoravo per la Resistenza, avevo compiti inderogabili e precisi, mi ripromisi però di aspettare il momento buono. Durante l'insurrezione, comandando il 9° distaccamento della 114ª brigata, intensificai le ricerche e finalmente il 5 maggio mi fu possibile avere informazioni attendibili. Gambacciani si era rifiugiato al 5° piano di una casa di piazza Lavater. Il problema era arrivare fino a lui evitando sparatorie. Feci fermare la macchina ad una certa distanza dalla piazza e comunicai ai miei uomini che ero intenzionata ad avviarmi da sola. Salii le scale con il cuore che mi batteva in gola. Al suono del campanello aprí uno spiraglio di porta, un attimo dopo affondavo la mia modesta "6/35", tenuta fino ad allora nascosta nella tasca della mia giacca a vento, nel volume molle della sua pancia."Sei Gambacciani" dissi. Sbiancò di paura e fu un momento veramente terribile, perché paura ne avevo tanta anch'io. Tre volte piú grosso di me, avrebbe potuto sopraffarmi con un solo schiaffo.Due partigiani mi avevano disubbidito. Due mitra impazienti sbucarono dietro di me e furono delusi. Di loro non c'era bisogno: Gambacciani era ormai un enorme fantoccio piú balbuziente del solito, che ci seguiva piagnucoloso e tremante. Durante la strada, da piazza Lavater al distaccamento, Gambacciani era seduto in macchina, dietro di me, fra due partigiani. Sentivo nella schiena e nella nuca la sua presenza, una collera livida mi costringeva a serrare le mascelle e i pugni. Ero certa che, appena arrivati, lo avrei ucciso.Arrivammo ed egli dette un miserando spettacolo di se: lacrime, scuse puerili e soprattutto stupide promesse. Ascoltandolo mi venne da pensare a come diversamente si erano comportati i tanti nostri martiri, forti e sereni dinanzi alle torture e alla morte, e il mio odio cadde, si frantumò, si tramutò in disprezzo. Gambacciani fu consegnato alle autorità. Io non riuscii nemmeno a schiaffeggiarlo."Miranda Baldi, FirenzeTratto da Mille volte no. Dai no di ieri ai no di oggi, a cura di Mirella Alloisio, Carla Capponi, Benedetta Galassi Beria, Milla Pastorino, Editori Riuniti, Roma 1975#25aprile #Liberazione