Dalle fake news alla polarizzazione secondo le neuroscienze
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Le attuali strategie contro le fake news appaiono non del tutto efficaci perché si basano su un modello ontologico errato che presuppone l’utente razionale e non predittivo ... È evidente che le fake news proliferano comunque e non è un problema solo di tecnologia. Un’analisi complessiva, infatti, evidenzia che le fake news sono veicolate da tutti i media e si diffondono anche in ambienti non digitali. Questo porta alla conclusione che la strategia non è adeguata.
Per strutturare una strategia utile, occorre capire il funzionamento non solo della tecnologia, ma dell’ambiente cognitivo nel quale essa opera (sia essa TV, social, ecc.), ma anche capire come funziona il cervello umano. Occorre, quindi, comprendere che non serve combattere i contenuti ma bisogna intervenire sui modelli.
In sintesi, non serve puntare ai fatti ma alle predizioni, non puntare al contenuto ma all’identità, non puntare alla logica, ma alla minimizzazione dell’errore. Non sono utili smentite aggressive, né fact-checking diretto, non serve derisione né tentativi di far ragionare le persone. Tutto ciò provoca un errore di predizione che rafforza le credenze (effetto backfire, anche se il backfire effect non è universale ma emerge con forza nei contesti ad alta salienza identitaria).
Serve, invece, creare ponti predittivi compatibili col modello esistente, agire sulle micro-contraddizioni, cambiare i contesti prima delle credenze, modificare il modo in cui l’informazione viene anticipata.
Le persone non difendono una fake news, ma difendono il modello di sé e del mondo che quella notizia conferma. Se attacchi la notizia, attacchi il modello, e il cervello si difende irrigidendosi. Per cambiare idea, devi cambiare il modello, non il fatto.
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