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Social Forum federato con il resto del mondo. Non contano le istanze, contano le persone

Non la conosc(ev)o.


Gli ultimi otto messaggi ricevuti dalla Federazione
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  • Il nuovo numero di è dedicato alla riflessione sui meriti, sull’efficacia e sulle criticità della Convenzione di Palermo contro il organizzato transnazionale, firmata a Palermo nel dicembre del 2000.

    ⬇️ Disponibile qui in :https://riviste.unimi.it/index.php/cross/issue/view/2747?mtm_campaign=mastodon

    @cultura

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  • @Otttoz @cultura
    Scusa ma penso sia meglio puntualizzare: Fermi non era ebreo, lo era sua moglie, e subito dopo le leggi razziali entrambi lasciarono l'Italia...

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  • @psicologo
    Questo tuo contributo aggiunge una dimensione molto importante. L’idea di ecosofia, già in generale mi sembra molto potente, se la applichiamo all'arte e al museo forse lo è altrettanto per capire quanto il museo non sia solo un luogo espositivo, ma uno spazio che potrebbe addirittura agire sulle forme di soggettività.

    Se quello che il museo costruisce e espone diventa terapeutico, sarebbe in grado di permettere alle persone di ritrovare senso, immaginare possibilità e riorganizzarsi interiormente.

    Mi colpisce molto anche l’idea di “societerapia”: il museo come luogo che crea legami, riconoscimento, comunità, che tra l'altro sono temi a cui tengo molto.

    È una bella immagine che ribalta la prospettiva e restituisce ai musei la loro funzione più profonda.

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  • John Byam Liston Shaw – Cleopatra –Wikipedia, pubblico dominio

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  • RE: https://flipboard.com/@ilpost/news-6pgniha4z/-/a-kFLnW_J8TbiDr0XjpcAZ3w%3Aa%3A2183656918-%2F0

    È anche a questo che servono le nostre tasse. E io ne sono orgogliosissimo

    @cultura

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  • @carlettonico vorrei aggiungere un livello alla riflessione, forse leggermente fuoritema, ma credo fondamentale per una riflessione sul nostro tempo e sulla funzione dell'arte: la funzione museale potrebbe essere non semplicemente sociale, ma anche terapeutica in senso psicologico. Vorrei proporle a tal proposito alcune riflessioni di Félix Guattari, tratte in particolar modo dal testo Caosmosi (in cui condensa tutto l’apparato teorico Deleuze-Guattariano) perchè mi sono subito risuonate appena ho letto il suo post. Guattari è stato uno psichiatra e un pensatore che ci ha offerto alcune mappe e dispositivi per leggere i problemi della contemporaneità come la crisi delle forme di soggettività “universaliste”, l’omologazione imposta dai media e dal mercato, il consumismo come anestetizzante psichico e la frattura tra ambiente, società e psiche. Guattari parla di “ecosofia”: pensare insieme l’ecologia ambientale, l’ecologia sociale e l’ecologia mentale all’interno di un paradigma etico-estetico. In quest’ottica, le questioni che possono riguardare un museo – chi vi accede, quali narrazioni vengono privilegiate attraverso le opere, quali processi di identificazione si posso attivare e tanti altri aspetti non sono semplicemente scelte curatoriali ma implicano dimensioni affettive, simboliche e politiche che vanno ben oltre la sola gestione delle collezioni. All’interno di questo paradigma, un museo può avere funzioni terapeutiche: sicuramente nel senso di Guattari, dove “terapeutico” è intenso come “rigenerante”, un qualcosa capace di attivare processi che permettono alle persone di ritrovare senso, riorganizzarsi interiormente e inventare nuove modalità di esistenza. Ma che in realtà è molto vicino a una dimensione “societerapica”, in grado di generare nuovi legami sociali, offrire spazi di riconoscimento, aprire possibilità immaginative o promuovere l’elaborazione dell’identità o dei legami. Fino ad arrivare ad una dimensioni più clinica e strutturata in cui si possono immaginare e progettare eventi e percorsi museali che siano effettivi dispositivi terapeutici, con setting più definiti rispetto ad un comune percorso guidato. Per concludere questo lungo commento, userei un’immagine: un museo inteso non solo come contenitore di opere, ma come contenitore culturale, dove usare l’arte come catalizzatore per comunità migranti, soggetti fragili, pazienti psichiatrici o semplicemente per pubblici diversi. Uno scenario impossibile ahimè davanti alla prospettiva di "musei vetrina prigionieri dei brand", ma forse è proprio riscoprendo la funzione/possibilità dei Musei che possiamo invertire il trend.
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