Nulla accade in polizia che il ministro non sappia e non voglia – Osservatorio Repressione
Negli ultimi mesi ho osservato, con crescente preoccupazione, la costruzione di un impianto normativo che va esattamente in questa direzione, quella di ~trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da contenere, invece che in un fenomeno fisiologico della vita democratica da governare politicamente~. La norme recenti rafforzano gli strumenti di controllo preventivo, anticipano l’intervento rispetto al fatto compiuto, allargano la discrezionalità dell’autorità amministrativa a scapito di quella giurisdizionale. Le nuove fattispecie penali su cortei, picchetti, occupazioni e blocchi stradali alzano il costo giuridico del dissenso organizzato. È evidente che la direzione scelta, ripetuta e coerente in ogni intervento normativo di questi mesi, non è neutra, sposta il baricentro dal diritto penale del fatto verso un diritto penale della pericolosità, e questo non succede per un errore tecnico, succede perché qualcuno lo ha voluto così. E qui arrivo al passaggio che considero più grave di tutti, quello su cui serve chiarezza senza sfumature che ne attenuino il senso. Stiamo assistendo a un’opera di sostituzione concettuale precisa, ripetuta con una coerenza che non lascia dubbi sulla sua intenzionalità. Il conflitto sociale, che è legittimo, anzi che è il fulcro stesso della vita democratica, viene progressivamente identificato con la violenza, come se le due cose fossero la stessa cosa, come se manifestare un dissenso equivalesse già, di per sé, a un atto criminale da prevenire.
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