@carlettonico vorrei aggiungere un livello alla riflessione, forse leggermente fuoritema, ma credo fondamentale per una riflessione sul nostro tempo e sulla funzione dell'arte: la funzione museale potrebbe essere non semplicemente sociale, ma anche terapeutica in senso psicologico. Vorrei proporle a tal proposito alcune riflessioni di Félix Guattari, tratte in particolar modo dal testo Caosmosi (in cui condensa tutto l’apparato teorico Deleuze-Guattariano) perchè mi sono subito risuonate appena ho letto il suo post. Guattari è stato uno psichiatra e un pensatore che ci ha offerto alcune mappe e dispositivi per leggere i problemi della contemporaneità come la crisi delle forme di soggettività “universaliste”, l’omologazione imposta dai media e dal mercato, il consumismo come anestetizzante psichico e la frattura tra ambiente, società e psiche. Guattari parla di “ecosofia”: pensare insieme l’ecologia ambientale, l’ecologia sociale e l’ecologia mentale all’interno di un paradigma etico-estetico. In quest’ottica, le questioni che possono riguardare un museo – chi vi accede, quali narrazioni vengono privilegiate attraverso le opere, quali processi di identificazione si posso attivare e tanti altri aspetti non sono semplicemente scelte curatoriali ma implicano dimensioni affettive, simboliche e politiche che vanno ben oltre la sola gestione delle collezioni. All’interno di questo paradigma, un museo può avere funzioni terapeutiche: sicuramente nel senso di Guattari, dove “terapeutico” è intenso come “rigenerante”, un qualcosa capace di attivare processi che permettono alle persone di ritrovare senso, riorganizzarsi interiormente e inventare nuove modalità di esistenza. Ma che in realtà è molto vicino a una dimensione “societerapica”, in grado di generare nuovi legami sociali, offrire spazi di riconoscimento, aprire possibilità immaginative o promuovere l’elaborazione dell’identità o dei legami. Fino ad arrivare ad una dimensioni più clinica e strutturata in cui si possono immaginare e progettare eventi e percorsi museali che siano effettivi dispositivi terapeutici, con setting più definiti rispetto ad un comune percorso guidato. Per concludere questo lungo commento, userei un’immagine: un museo inteso non solo come contenitore di opere, ma come contenitore culturale, dove usare l’arte come catalizzatore per comunità migranti, soggetti fragili, pazienti psichiatrici o semplicemente per pubblici diversi. Uno scenario impossibile ahimè davanti alla prospettiva di "musei vetrina prigionieri dei brand", ma forse è proprio riscoprendo la funzione/possibilità dei Musei che possiamo invertire il trend.