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Il furto al Louvre: quando i ladri insegnarono il Physical Pen Test a tutto il mondo

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  • Il furto al Louvre: quando i ladri insegnarono il Physical Pen Test a tutto il mondo

    L’evento che ha scosso il mondo il 19 ottobre 2025 non è stato un disastro naturale o un crollo finanziario, ma il clamoroso furto dei gioielli di Napoleone dal Museo del Louvre. Al di là del valore storico e artistico, per la comunità della cybersecurity, questo episodio rappresenta il più didattico e costoso caso studio di Physical Pen Test dell’anno.

    Il Louvre, con i suoi protocolli di sicurezza multistrato, sensori avanzati (biometrici, sismici, a infrarossi) e un team di vigilanza d’élite, può essere concettualizzato come l‘equivalente fisico di una rete aziendale con un’architettura Zero Trust e un WAF/Firewall di ultima generazione. La sua violazione dimostra che la vera resilienza non si basa sulla singola tecnologia, ma sull’integrazione e la verifica continua di processi, persone e tecnologie.

    Tutto inizia dall’Open Source Intelligence


    Un attacco di successo come quello al Louvre non inizia con l’azione, ma con una meticolosa raccolta di informazioni. Questo è l’equivalente dell’Open Source Intelligence nel dominio digitale.

    Gli autori del furto hanno verosimilmente speso mesi, se non anni, a studiare la “superficie d’attacco” fisica tramite un’Identificazione Passiva e Attiva. Hanno analizzato i cicli di pattugliamento, le consegne e i cambiamenti di turno, spesso individuabili tramite semplici osservazioni o fonti social inattese, oltre ai “punti ciechi” delle telecamere di sorveglianza.

    Chi si occupa di cybersecurity non può non notare un parallelo diretto con le TTP di un APT che effettua un fingerprinting dei target con mappatura dei sottodomini, analisi dei metadati dei documenti pubblici e lo studio dei profili social dei dipendenti chiave per identificare tecnologie e vulnerabilità comportamentali. L’attacco avviene solo quando il Threat Model è completo e verificato. L’obiettivo non è cercare un exploit ovvio, ma costruire un modello di minaccia completo e predittivo che permetta di agire con un’alta probabilità di successo e una bassa probabilità di rilevamento.

    Una volta completata la ricognizione, il passo successivo è l’ingresso. Il fatto che il caveau sia stato raggiunto senza un’effrazione fisica eclatante indica un bypass sofisticato delle difese primarie.

    Dal bypass tecnologico alle persone


    I sistemi di sicurezza fisica, come quelli digitali, sono vulnerabili non per la loro esistenza, ma per la loro configurazione. Aggirare un sensore di movimento con un movimento al di sotto della soglia di rilevamento o neutralizzare un allarme sfruttando una temporizzazione difettosa tra i turni, è l’equivalente di sfruttare un WAF Bypass o una vulnerabilità di HTTP Request Smuggling dove un payload ambiguo passa inosservato.

    Verosimilmente potrebbe essere stata sfruttata una debolezza nel firmware di un componente di sicurezza o un difetto logico nel protocollo di comunicazione degli allarmi: il “difetto zero-day” del sistema di allarme fisico. In sostanza è stato abusato il protocollo di sicurezza piuttosto che la sua robustezza fisica.

    Ma l’attacco non è completo senza affrontare l’anello più debole della catena. Qui entra in gioco l’elemento più critico e dove l’analogia con la cybersecurity è più cruda.

    Le speculazioni sull’uso di uniformi contraffatte o l’infiltrazione mirata di un insider evidenziano l’efficacia della manipolazione comportamentale.

    Tra Tailgating e Social Engineering


    Il concetto di Tailgating o Piggybacking non è solo seguire una persona autorizzata attraverso un accesso. In questo caso si presume una forma di Tailgating Sofisticato:

    • Falsa Identità Accreditata: Utilizzare abiti da manutentore o da addetto alle pulizie, ruoli con accesso ampio ma bassa sorveglianza, è l’equivalente di compromettere una Service Account a basso privilegio ma con accesso a una vasta porzione della rete interna.
    • Sfruttamento della Buona Fede: Un accesso avvenuto con l’inganno si basa sulla riluttanza umana a confrontarsi con una persona che sembra “appartenere” a quell’ambiente. Questo bypassa controlli d’accesso biometrici e tesserini magnetici, sfruttando la debolezza del sistema più complesso: la percezione umana.

    Puoi spendere milioni in tecnologie, ma se non testi la tua Security Awareness e le procedure di verifica del personale contro il Social Engineering, la sicurezza fallirà sempre sull’anello umano.

    Superato l’ostacolo umano, il successo finale non è l’accesso, ma l’esfiltrazione dei “Crown Jewels” senza intercettazione. Muoversi all’interno del museo senza innescare gli allarmi interni o essere intercettati dalle guardie di sicurezza, l’equivalente del Blue Team / SOC, richiede la conoscenza esatta delle vie di fuga e dei punti ciechi. È necessario intraprendere un Lateral Movement non convenzionale.

    Il metodo di uscita, immortalato nel video che mostra i ladri scendere utilizzando la scala del camion per i “lavori”, è emblematico, è l’analogo digitale di un Command and Control Channel mascherato in traffico legittimo come, ad esempio, DNS o ICMP Tunneling. L’esfiltrazione è stata rapida e chirurgica, minimizzando il tempo in cui i ladri erano esposti ai sensori, esattamente come un APT riduce al minimo la permanenza sulla rete dopo il raggiungimento dell’obiettivo.

    La Sicurezza come Paranoia Positiva


    Dall’OSINT al C2 passando per il Social Engineering, il furto al Louvre è la prova definitiva che la sicurezza, in qualsiasi dominio, non è uno stato statico, ma un processo continuo di convalida e miglioramento. La fiducia nelle barriere difensive, il “Firewall Fisico“, ha portato a una compiacenza che è stata sfruttata.

    Per la comunità della cybersecurity questo evento rafforza il principio che i controlli devono essere testati regolarmente da una prospettiva offensiva. Solo un rigoroso programma di Penetration Test che simuli attacchi a 360 gradi tramite tecnologia, processi e persone può esporre le lacune che, altrimenti, verrebbero sfruttate dal prossimo APT con gli strumenti giusti.

    La sicurezza fallisce sempre per mancanza di immaginazione ed i ladri del Louvre ci hanno appena ricordato di espandere la nostra

    L'articolo Il furto al Louvre: quando i ladri insegnarono il Physical Pen Test a tutto il mondo proviene da Red Hot Cyber.

  • Il furto al Louvre: quando i ladri insegnarono il Physical Pen Test a tutto il mondo

    L’evento che ha scosso il mondo il 19 ottobre 2025 non è stato un disastro naturale o un crollo finanziario, ma il clamoroso furto dei gioielli di Napoleone dal Museo del Louvre. Al di là del valore storico e artistico, per la comunità della cybersecurity, questo episodio rappresenta il più didattico e costoso caso studio di Physical Pen Test dell’anno.

    Il Louvre, con i suoi protocolli di sicurezza multistrato, sensori avanzati (biometrici, sismici, a infrarossi) e un team di vigilanza d’élite, può essere concettualizzato come l‘equivalente fisico di una rete aziendale con un’architettura Zero Trust e un WAF/Firewall di ultima generazione. La sua violazione dimostra che la vera resilienza non si basa sulla singola tecnologia, ma sull’integrazione e la verifica continua di processi, persone e tecnologie.

    Tutto inizia dall’Open Source Intelligence


    Un attacco di successo come quello al Louvre non inizia con l’azione, ma con una meticolosa raccolta di informazioni. Questo è l’equivalente dell’Open Source Intelligence nel dominio digitale.

    Gli autori del furto hanno verosimilmente speso mesi, se non anni, a studiare la “superficie d’attacco” fisica tramite un’Identificazione Passiva e Attiva. Hanno analizzato i cicli di pattugliamento, le consegne e i cambiamenti di turno, spesso individuabili tramite semplici osservazioni o fonti social inattese, oltre ai “punti ciechi” delle telecamere di sorveglianza.

    Chi si occupa di cybersecurity non può non notare un parallelo diretto con le TTP di un APT che effettua un fingerprinting dei target con mappatura dei sottodomini, analisi dei metadati dei documenti pubblici e lo studio dei profili social dei dipendenti chiave per identificare tecnologie e vulnerabilità comportamentali. L’attacco avviene solo quando il Threat Model è completo e verificato. L’obiettivo non è cercare un exploit ovvio, ma costruire un modello di minaccia completo e predittivo che permetta di agire con un’alta probabilità di successo e una bassa probabilità di rilevamento.

    Una volta completata la ricognizione, il passo successivo è l’ingresso. Il fatto che il caveau sia stato raggiunto senza un’effrazione fisica eclatante indica un bypass sofisticato delle difese primarie.

    Dal bypass tecnologico alle persone


    I sistemi di sicurezza fisica, come quelli digitali, sono vulnerabili non per la loro esistenza, ma per la loro configurazione. Aggirare un sensore di movimento con un movimento al di sotto della soglia di rilevamento o neutralizzare un allarme sfruttando una temporizzazione difettosa tra i turni, è l’equivalente di sfruttare un WAF Bypass o una vulnerabilità di HTTP Request Smuggling dove un payload ambiguo passa inosservato.

    Verosimilmente potrebbe essere stata sfruttata una debolezza nel firmware di un componente di sicurezza o un difetto logico nel protocollo di comunicazione degli allarmi: il “difetto zero-day” del sistema di allarme fisico. In sostanza è stato abusato il protocollo di sicurezza piuttosto che la sua robustezza fisica.

    Ma l’attacco non è completo senza affrontare l’anello più debole della catena. Qui entra in gioco l’elemento più critico e dove l’analogia con la cybersecurity è più cruda.

    Le speculazioni sull’uso di uniformi contraffatte o l’infiltrazione mirata di un insider evidenziano l’efficacia della manipolazione comportamentale.

    Tra Tailgating e Social Engineering


    Il concetto di Tailgating o Piggybacking non è solo seguire una persona autorizzata attraverso un accesso. In questo caso si presume una forma di Tailgating Sofisticato:

    • Falsa Identità Accreditata: Utilizzare abiti da manutentore o da addetto alle pulizie, ruoli con accesso ampio ma bassa sorveglianza, è l’equivalente di compromettere una Service Account a basso privilegio ma con accesso a una vasta porzione della rete interna.
    • Sfruttamento della Buona Fede: Un accesso avvenuto con l’inganno si basa sulla riluttanza umana a confrontarsi con una persona che sembra “appartenere” a quell’ambiente. Questo bypassa controlli d’accesso biometrici e tesserini magnetici, sfruttando la debolezza del sistema più complesso: la percezione umana.

    Puoi spendere milioni in tecnologie, ma se non testi la tua Security Awareness e le procedure di verifica del personale contro il Social Engineering, la sicurezza fallirà sempre sull’anello umano.

    Superato l’ostacolo umano, il successo finale non è l’accesso, ma l’esfiltrazione dei “Crown Jewels” senza intercettazione. Muoversi all’interno del museo senza innescare gli allarmi interni o essere intercettati dalle guardie di sicurezza, l’equivalente del Blue Team / SOC, richiede la conoscenza esatta delle vie di fuga e dei punti ciechi. È necessario intraprendere un Lateral Movement non convenzionale.

    Il metodo di uscita, immortalato nel video che mostra i ladri scendere utilizzando la scala del camion per i “lavori”, è emblematico, è l’analogo digitale di un Command and Control Channel mascherato in traffico legittimo come, ad esempio, DNS o ICMP Tunneling. L’esfiltrazione è stata rapida e chirurgica, minimizzando il tempo in cui i ladri erano esposti ai sensori, esattamente come un APT riduce al minimo la permanenza sulla rete dopo il raggiungimento dell’obiettivo.

    La Sicurezza come Paranoia Positiva


    Dall’OSINT al C2 passando per il Social Engineering, il furto al Louvre è la prova definitiva che la sicurezza, in qualsiasi dominio, non è uno stato statico, ma un processo continuo di convalida e miglioramento. La fiducia nelle barriere difensive, il “Firewall Fisico“, ha portato a una compiacenza che è stata sfruttata.

    Per la comunità della cybersecurity questo evento rafforza il principio che i controlli devono essere testati regolarmente da una prospettiva offensiva. Solo un rigoroso programma di Penetration Test che simuli attacchi a 360 gradi tramite tecnologia, processi e persone può esporre le lacune che, altrimenti, verrebbero sfruttate dal prossimo APT con gli strumenti giusti.

    La sicurezza fallisce sempre per mancanza di immaginazione ed i ladri del Louvre ci hanno appena ricordato di espandere la nostra

    L'articolo Il furto al Louvre: quando i ladri insegnarono il Physical Pen Test a tutto il mondo proviene da Red Hot Cyber.

    @cybersecurity mi piace molto la conclusione: "La sicurezza fallisce sempre per mancanza di immaginazione e i ladri del Louvre ci hanno appena ricordato di espandere la nostra."
  • informapirata@mastodon.unoundefined informapirata@mastodon.uno shared this topic on
  • @cybersecurity mi piace molto la conclusione: "La sicurezza fallisce sempre per mancanza di immaginazione e i ladri del Louvre ci hanno appena ricordato di espandere la nostra."

    @capradellenevi @cybersecurity i ladri del louvre e la sicurezza, hanno fregato tutti perché non sono state considerate tutte le ipotesi. Ora guarda Peter Hegseth il capo del Pentagono cosa ha detto. Che la sicurezza informatica è una perdita di tempo e l'esercito americano deve pensare a vincere le guerre. [non ricordo quale sia l'emoji dell'applauso] ma andrebbe bene pure epic fail

  • cybersecurity@poliverso.orgundefined cybersecurity@poliverso.org shared this topic on

Gli ultimi otto messaggi ricevuti dalla Federazione
  • @krans@mastodon.me.uk The analogy is structurally interesting, but I think it breaks down at a crucial point.

    With tax credits, the argument is that the subsidy lets employers off the hook—pressure that would otherwise force wages up gets absorbed by the state instead. The discomfort falls on capital, or at least that's the intent. But when you apply the same logic to language access, the discomfort doesn't fall on the Anglophone center. It falls on the people who were already excluded. The implicit suggestion becomes: non-English speakers should communicate less fluently, so that English speakers are eventually pressured into… what, exactly? Learning Korean? There's no mechanism there.

    The deeper problem is that “lowering the bar for communication in English” is not the same thing as accepting English hegemony as permanent. I use these tools to participate in a conversation that would otherwise exclude me. That's not capitulation—it's the same logic as using a wheelchair ramp. You don't refuse the ramp because its existence lets architects keep building stairs.

    The structural critique of hegemony is real and I share it. But it shouldn't cash out as advice to the marginalized to make themselves less legible. That's a cost I'm not willing to ask people to pay on behalf of a structural shift that may never come.

    @Gargron@mastodon.social

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  • @hongminhee Criticisms of Anglophonic hegemony are similar to (and inseparable from) criticisms of capitalism.

    In many cases, systems people put in place to mitigate capitalism's harms inadvertently strengthen capitalism's grip (e.g. tax credits for low paid workers allow them to be paid even less).

    Similarly, lowering the bar for communication in English, as you describe, makes it ever less likely that we'll ever start treating non English speakers as first class citizens.

    @gargron

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  • Chi esercita il DIRITTO di voto ha il DOVERE di informarsi.

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  • @levelbot I feel good about myself and this number.

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  • buckle up <-> buckle down axis

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  • @reiver@mastodon.social knowing people in general... They will get more bug reports if they said "whom"

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  • @reiver I've heard John Mastodon personally picks those out of a tall hat, for each user, individually. What a great man.

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  • I'm writing this in English.

    Not because English is my first language—it isn't. I'm writing this in English because if I wrote it in Korean, the people I'm addressing would run it through an outdated translator, misread it, and respond to something I never said. The responsibility for that mistranslation would fall on me. It always does.

    This is the thing Eugen Rochko's post misses, despite its good intentions.

    @Gargron@mastodon.social argues that LLMs are no substitute for human translators, and that people who think otherwise don't actually rely on translation. He's right about some of this. A machine-translated novel is not the same as one rendered by a skilled human translator. But the argument rests on a premise that only makes sense from a certain position: that translation is primarily about quality, about the aesthetic experience of reading literature in another language.

    For many of us, translation is first about access.

    The professional translation market doesn't scale to cover everything. It never has. What gets translated—and into which languages—follows the logic of cultural hegemony. Works from dominant Western languages flow outward, translated into everything. Works from East Asian languages trickle in, selectively, slowly, on someone else's schedule. The asymmetry isn't incidental; it's structural.

    @Gargron@mastodon.social notes, fairly, that machine translation existed decades before LLMs. But this is only half the story, and which half matters depends entirely on which languages you're talking about. European language pairs were reasonably serviceable with older tools. Korean–English, Japanese–English, Chinese–English? Genuinely usable translation for these pairs arrived with the LLM era. Treating “machine translation” as a monolithic technology with a uniform history erases the experience of everyone whose language sits far from the Indo-European center.

    There's also something uncomfortable in the framing of the button-press thought experiment: “I would erase LLMs even if it took machine translation with it.” For someone whose language has always been peripheral, that button looks very different. It's not an abstract philosophical position; it's a statement about whose access to information is expendable.

    I want to be clear: none of this is an argument that LLMs are good, or that the harms @Gargron@mastodon.social describes aren't real. They are. But a critique of AI doesn't become more universal by ignoring whose languages have always been on the margins. If anything, a serious critique of AI's political economy should be more attentive to those asymmetries, not less.

    The fact that I'm writing this in English, carefully, so it won't be misread—that's not incidental to my argument. That is my argument.

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