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A #Cuneo così:'nhttps://www.targatocn.it/2025/10/03/leggi-notizia/argomenti/attualita/articolo/cuneo-di-nuovo-in-piazza-per-gaza-e-la-flotilla-sciopero-generale-e-corteo-foto.html'n#Gaza #Flotilla #Sciopero

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Gli ultimi otto messaggi ricevuti dalla Federazione
  • 國漢文으로 韓國語 쓸 때 「産」 代身 「產」을 쓰는 便. 비슷하게 「畵」 代身 「畫」를 쓴다거나, 「査」 代身 「查」를 쓴다거나 하는 게 있음. 아무도 神經 안 쓰겠지만… ㅋㅋㅋ

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  • 슬슬 Fedify 스티커도 좀 더 生產해야…

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  • Uno spremiagrumi e una cancellazione selettiva

    Da un lato la graduazione si è cancellata, dall'altro no.

    https://wp.me/p6hcSh-9o2

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  • What did you want to be when you grew up?

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  • Wind Power Is Taking Off In China– All The Way to 2000 m AGL

    2000 m above ground level (AGL), winds are stronger and much, much more consistent than they are at surface. Even if the Earth were a perfect sphere, there’d be a sluggish boundry layer at the surface, but since it’s got all these interesting bumps and bits and bobs, it’s not just sluggish but horribly turbulent, too. Getting above that, as much as possible, is why wind turbines are on big towers. Rather than build really big tower, Beijing Lanyi Yunchuan Energy Technology Co. has gone for a more ambitious approach: an aerostat to take power from the steady winds found at high altitude. Ambitiously called the Stratosphere Airborne Wind Energy System (SAWES), the megawatt-scale prototype has recently begun feeding into the grid in Yibin, Sichuan Province.

    The name might be a bit ambitious, since its 2000 m test flight is only one tenth of the way to the stratosphere, but Yibin isn’t a bad choice for testing: as it is well inland, the S2000 prototype won’t have to contend with typhoons or other ocean storms. The prototype is arguably as ambitious as the name: its 12 flying turbines have a peak capacity of three megawatts. True, there are larger turbines in wind farms right now, but at 60 m in length and 40 m in diameter, the S2000 has a lot of room to grow before hitting any kind of limit or even record for aerostats. We’re particularly interested in the double-hull construction– it would seem the ring of the outer gas bag would do a good job funneling and accelerating air into those turbines, but we’d love to see some wind tunnel testing or even CFD renderings of what’s going on in there.
    A rear view shows the 12 turbines inside the double hull. It should guide air into the gap, but we wonder how much turbulence the trusses in there are making.
    During its first test flight in January 2026, the system generated generated 385 kilowatt-hours of electricity over the course of 30 minutes. That means it averaged about 25% capacity for the test, which is a good safe start. Doubtless the engineers have a full suite of test flights planned to demonstrate the endurance and power production capabilities of this prototype. Longer flights at higher capacity may have already happened by the time you read this.

    Flying wind turbines isn’t a new idea by any means; a few years ago we featured this homemade kite generator, and the pros have been in on it too. Using helium instead represents an interesting design choice–on the plus side, its probably easier to control, and obviously allowing large structures, but the downside is the added cost of the gas. It will be interesting to see how it develops.

    We’re willing to bet it catches on faster than harvesting wind energy from trees.

    All images from Beijing Lanyi Yunchuan Energy Technology Co., Ltd.

    hackaday.com/2026/02/26/wind-p…

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  • I nuovi schiavi dell’algoritmo
    @anarchia
    di Mario Sommella (*). Abbiamo rubato le immagini (addirittura 8) al grande Mauro Biani. Caporalato digitale, sfruttamento sistemico e complicità delle multinazionali L’immagine che non vogliamo vedere Sono le sette del mattino. In una città italiana qualunque, un uomo di...

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  • Large Hadron Collider, he typed carefully

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    LEGGETE QUESTA ANALISI DI CHIARA PANNULLO, A MIO PARERE, PERFETTA. Negli ultimi giorni la scena internazionale è stata squarciata da un annuncio che ha infranto la narrazione imposta dall’ordine mediatico occidentale: Hamas, movimento islamista che da quasi quarant’anni costituisce una delle strutture più consolidate della Resistenza palestinese, ha dichiarato la propria disponibilità ad accettare - seppure in forma condizionata - il piano di cessate il fuoco proposto da Donald Trump e consacrato dal governo Netanyahu.L’evento, nella sua nuda evidenza, non si lascia ridurre a un episodio diplomatico. È un sisma politico che riporta la questione palestinese nel cuore del conflitto mondiale, là dove il capitale e l’imperialismo tentavano di relegarla in una zona d’ombra. Dopo mesi di distruzione, la Resistenza riaffiora non come fantasma del passato, ma come soggetto storico che costringe la geopolitica a guardare il proprio riflesso nelle macerie di Gaza.Che Hamas non sia l’unica forza della Resistenza è cosa nota a chi conosce la genealogia della lotta palestinese: dalle Brigate dei Martiri di al-Aqsa al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, dalle cellule marxiste nate nei campi profughi fino ai movimenti laici e sindacali che hanno attraversato le intifade. Ma oggi, nel vuoto politico generato dal collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese e dal tradimento degli Accordi di Oslo, Hamas rimane la voce più strutturata - non per egemonia ideologica, ma per pura necessità materiale. In un contesto di sterminio, sopravvivere significa rappresentare.La contraddizione più acuta, rimossa dalle cronache e dai salotti diplomatici, è che lo stesso Israele che oggi dipinge Hamas come incarnazione del male ne favorì la nascita negli anni Ottanta, riconoscendovi un utile strumento per logorare le organizzazioni marxiste e nazionaliste. Il sionismo, come ogni potere coloniale, esercitò la propria astuzia: incoraggiare un soggetto religioso per dividere il fronte politico, depotenziare la possibilità di un blocco socialista internazionalista capace di legarsi ai movimenti del Sud del mondo. L’occupante produce il proprio nemico per poi legittimare la sua distruzione. È la dialettica classica dell’imperialismo: creare, utilizzare, demonizzare, annientare.Ma la storia non si lascia dominare in eterno. Oggi, dopo decenni di occupazione e di massacri, Hamas non è più la pedina che Israele pensava di poter controllare: è diventato l’unico corpo politico capace di rappresentare - nel deserto delle istituzioni collaborazioniste - la sopravvivenza di un popolo. La sua matrice religiosa non è l’essenza del conflitto, ma il linguaggio con cui una comunità oppressa ha tradotto la propria materialità. È l’oppressione che genera la forma della resistenza, non la teologia.Ridurre tutto questo a "guerra di religione" significa riprodurre la grammatica coloniale. Le guerre di religione non esistono: esistono guerre economiche mascherate da scontro di civiltà. Anche in Palestina, dietro il lessico del fanatismo, si nasconde la verità della terra, del gas, delle rotte commerciali. Gaza non è un altare ma un corridoio strategico del capitale globale, affacciato su giacimenti offshore e su rotte energetiche che collegano il Levante al Mediterraneo. La religione è solo la superficie, la maschera morale che copre il dominio materiale.La mossa di Hamas - dire "sì, ma a condizione" - non è una resa ma un sabotaggio politico. È l’irruzione della tattica nella diplomazia. Accettare sotto riserva significa rovesciare il terreno dell’avversario, obbligarlo a mostrarsi per ciò che è: non mediatore, ma carnefice. È l’arte operaia di piegare la macchina del comando contro se stessa. Hamas non cede: entra nella scena del potere per smascherarla, trasforma il negoziato in trincea, la tregua in strumento di contro-potere.Il piano Trump-Netanyahu, sostenuto da Egitto, Qatar e Turchia come garanti di facciata, non è un trattato di pace ma un dispositivo di dominio. Il suo impianto è trasparente nella sua brutalità: smilitarizzazione di Gaza, amministrazione "internazionale" - cioè coloniale - e un ritiro israeliano sempre revocabile in nome della "sicurezza nazionale". Persino il tempo della tregua è imperiale: scandito dal fuso orario di Washington, come se anche la sopravvivenza dovesse obbedire al ritmo del capitale.Hamas risponde imponendo condizioni: cessazione effettiva e verificabile dei massacri, garanzie di tutela internazionale indipendenti da Israele, calendario vincolante per il ritiro, restituzione dell’amministrazione di Gaza a un organo palestinese autonomo, scambio di prigionieri come atto politico e umanitario. È una partecipazione sotto riserva, un sabotaggio dentro la scena del potere, una mossa di guerriglia diplomatica.Dietro il lessico della pace si muove l’unico motore reale dell’imperialismo: l’accumulazione. Gaza è terreno da valorizzare. Sotto le rovine c’è il giacimento del Gaza Marine, bloccato da anni, che attende un equilibrio politico per essere estratto. Israele mira a diventare hub energetico mediterraneo; l’Europa, orfana del gas russo, ha fame di nuove rotte; le major occidentali premono. La tregua - se imposta secondo il dispositivo coloniale - diventa chiave di accesso ai profitti.La ricostruzione segue la stessa logica: non rinascita ma speculazione. Ogni edificio distrutto diventa appalto, ogni maceria un contratto. È la legge storica del colonialismo: devastare per appaltare, cancellare per edificare. Trump potrà presentarsi come "uomo della pace" mentre garantisce contratti miliardari a corporation americane e alle monarchie del Golfo. L’Europa, codarda, si prepara a reclamare la propria parte nel mercato della ricostruzione coloniale. Le spiagge di Gaza, ripulite dal sangue, già figurano nei progetti turistici israeliani come futuri resort e waterfront di lusso. Il genocidio non è follia: è premessa urbanistica del profitto.Ma il piano è anche geopolitico. Israele lo usa per consolidare la normalizzazione con Arabia Saudita ed Emirati, rafforzando il proprio ruolo di gendarme regionale. Trump lo utilizza per riaffermare la centralità americana nell’economia del caos. L’Europa vi intravede la possibilità di respirare nella strettoia energetica post-Ucraina. Le monarchie del Golfo riversano capitali per guadagnare influenza. Persino la Cina osserva: una Gaza pacificata diventerebbe un nodo delle rotte mediterranee della Belt and Road.Nel disegno del capitale globale, il popolo palestinese è un ostacolo materiale: forza-lavoro da disciplinare, residuo umano da controllare, presenza da rimuovere per liberare spazio all’accumulazione. Ma le condizioni poste dalla Resistenza trasformano il negoziato in terreno di conflitto: non una pausa tra due bombardamenti, ma uno spazio di riorganizzazione della soggettività politica.Senza condizioni, la tregua è resa e Gaza diventa laboratorio della valorizzazione. Con condizioni, essa diventa spazio di contro-potere, fragile ma reale. Perché le guerre di religione non esistono: esistono guerre per terra, gas e rendita, travestite da conflitti confessionali per ingannare le masse. La religione è linguaggio; la sostanza è il dominio del capitale.La tregua messa in scena da Trump e Netanyahu non è pausa umanitaria, ma dispositivo coloniale. È la stessa strategia vista a Baghdad, Kabul, Belgrado: distruggere per costruire, bombardare per appaltare. Washington detta, Tel Aviv massacra, Bruxelles applaude e attende i contratti.E l’Italia? L’Italia non è spettatrice innocente. È parte organica del meccanismo. Leonardo, fiore avvelenato dell’industria militare nazionale, fornisce droni, sistemi di puntamento, sorveglianza: frammenti italiani nei cieli che uccidono bambini. Fincantieri mira alle infrastrutture portuali, ENI al gas offshore, le imprese edili e cementiere alle macerie da monetizzare. Tutto in nome della "pace", tutto in nome della "ricostruzione", ma in realtà per accumulare profitto sulle rovine di un popolo.Il governo Meloni si è piegato senza esitazione: non ha mai pronunciato la parola "genocidio", ha ripetuto la formula dell’"autodifesa israeliana", ha garantito copertura diplomatica e interessi economici. Non per necessità ma per convenienza: difendere Leonardo, tutelare ENI, assicurare contratti. È l’Italia che si inginocchia non per obbligo ma per tornaconto.Così la catena della morte si chiude: Leonardo arma i droni, Fincantieri prepara i porti, ENI scommette sul gas, le imprese edili pianificano la ricostruzione. È la filiera del genocidio che diventa filiera del profitto. Ogni parola sui "diritti umani" viene smentita dai bilanci. Ogni richiamo alla "pace" è un involucro retorico dell’avidità.Il genocidio non è devianza - è razionalità del capitale. Non è eccesso - è metodo. Gaza viene devastata perché sotto le sue rovine si cela la rendita. Gli Stati Uniti dirigono, Israele esegue, l’Europa e l’Italia partecipano. Hamas, accettando solo a condizione, tenta di ribaltare la trappola: non resa ma contromossa. È l’ultimo atto di una Resistenza che, pur ferita, ancora indica la via.Gli Stati Uniti e Israele parlano di "pace" e intendono rapina. L’Occidente parla di "ricostruzione" e intende speculazione. L’Italia parla di "solidarietà" e intende commesse. Ma la Resistenza, con la sua ostinazione storica, continua a scardinare la messa in scena del potere, costringendo i colonizzatori a mostrarsi per ciò che realmente sono: funzionari del capitale, architetti del dominio, pianificatori scientifici del genocidio. Strati della stessa razionalità economica che trasforma l’annientamento in investimento e la morte in rendita.Chiara Pannullo#chiaraPannullo#hamas #gaza @attualita@diggita.com @attualita@mastodon.uno
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    Trento x #Gaza #sciopero #globalsumudfotilla 3 Ottobrehttps://video.resolutions.it/w/6gv6oiYEbyTciUJr4o6hT2
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    Non risulta che il Presidente della Repubblica Sergio #Mattarella abbia preso una posizione pubblica sul rapporto #ONU del 16 settembre 2025 che accerta il #genocidio a #Gaza. Nei documenti e nelle dichiarazioni finora rilevate, Mattarella ha espresso appelli per la consegna sicura degli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza e per la tutela della vita civile, ma non ha commentato esplicitamente il rapporto ONU o usato il termine "genocidio".
  • Hi folks.

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    Hi folks. I'm writing my new poem, titled. " Petals and Pale Signatures: PalestinianVoices on the Wall of Expansion.". It was the murals on the apartheid wall in Palestine that inspired me and gave me the strength to write it. These paintings truly brought me to tears.#gaza #palestine #israel