La Sardegna, per me, non è una regione qualunque. Ma ci potrei vivere?
Sardegna, l'Isola delle Radici. (Un Viaggio Familiare). –
Verso Casa – dove il cuore vuole stare.
Dopo le isole dell’oceano, torno in Sardegna.Un luogo che conosco, che ho amato, e che avevo immaginato come possibile casa.Questa volta però non cerco un posto dove stare, sono qui per un'altra ragione.Ma perché non valutare la regione un'altra volta? Perché non vedere se in tutti questi anni la Sardegna è un po' cambiata? In questo episodio racconto il mio arrivo,le giornate tra paesaggi familiari e sensazioni stonate,il tentativo di ritrovare un senso di appartenenzache sembra sfuggire.La Sardegna è bella, viva, concreta. Potrò restare qui? Possiamo restare in contatto tramite questi canali. Ti aspetto :-)- https://www.simoneviaggiatore.com- https://www.youtube.com/@versocasa- https.//https://www.youtube.com/@simoneviaggiatore- https://www.tiktok.com/@simoneviaggiatore- https://mastodon.uno/deck/@simonperryOristano, ItaliaIl Natale a volte porta doni speciali.In un paese nel cuore della Sardegna, quell’anno aveva portato un bambino, il primogenito di una famiglia di contadini. Lo avevano chiamato Franceschino.Purtroppo il piccolo Franceschino era arrivato in un momento sbagliato. C’era la seconda guerra mondiale e le forze alleate avevano bombardato i porti fino a distruggerli. C’era anche il blocco navale e le merci non potevano arrivare dall’Italia continentale.Gli uomini erano partiti per la guerra e senza benzina le macchine agricole erano ferme, il cibo scarseggiava. Nei primi anni di vita il piccolo franceschino fu costretto a mangiare serpenti e scoiattoli per sopravvivere, ma anche pane fatto con farina e segatura. Una lepre o un frutto selvatico che riusciva ad acchiappare erano un grande regalo. La vita era difficile in quegli anni, anche dopo che la guerra era finita. Si viveva come si poteva, costruendo con le proprie mani le cose che mancavano. E Franceschino era bravo a costruire le cose. Fabbricava le proprie biciclette usando le canne che crescevano lungo i bordi delle strade e poi aiutava i genitori nel panificio che avevano aperto. A suo padre mancava un braccio e due piccole mani in più facevano molto comodo. Qualche anno dopo venne mandato a fare l’apprendista nella bottega di un falegname.Quando la bottega chiudeva, lui restava a dormire sul pavimento con uno strato di paglia a fare da materasso. Non appena la bottega riapriva, riprendeva a lavorare. Ci sapeva fare con il legno e la passione di creare mobili gli sarebbe rimasta per sempre, anche dopo che la vita lo avrebbe portato su un binario completamente diverso. A soli 18 anni Franceschino entrò nella scuola Allievi Carabinieri. Per lui quella scuola sarebbe diventata tutta la sua vita. Gli chiesero di lasciare l’isola per finire l’addestramento a Torino e lui lo fece. Quando si era arruolato due anni prima sapeva che sarebbe successo, ma in linea teorica avrebbe potuto dimettersi e ritornare a casa nell’isola che amava più di se stesso. Ma non lo fece. In qualche modo sentiva che seguendo quel percorso avrebbe potuto trovare una vita migliore. Purtroppo questo lo aveva portato via dalla sua terra, nel continente, come si dice in Sardegna per indicare l’Italia. Negli anni il servizio nei carabinieri lo portò in moltissimi posti, dall’Alto Adige a Genova e poi in Toscana, dove nacque un amore che gli diede tre bellissimi figli. La sua isola a quel punto era lontana, di là dal mare, ma sempre presente nel suo cuore e nei suoi racconti. Il piccolo Franceschino si era fatto uomo. Quell’uomo era diventato un migrante rimasto nel continente per amore e per dare ai suoi figli qualcosa di più di quello che aveva avuto lui. Franceschino era mio padre e oggi posso dire che è riuscito nel suo scopo: grazie ai suoi sacrifici ho avuto una vita migliore della sua.Se vuoi aiutarmi nella mia ricerca, condividi questo podcast. Seguilo e lascia una valutazione positiva o un commento sulla piattaforma da cui stai ascoltando. Sono Simone Perria e questo è il mio viaggio verso casa. Sono stato un sacco di volte in Sardegna. Con i miei ci andavamo già negli anni 80 per far visita ai nonni. In poco tempo poi ero cresciuto e i nonni non c’erano più. È stato allora che ho voluto scoprire la regione per conoscerla meglio. L’ho girata quasi tutta, da nord a sud, e ogni volta ci sono state emozioni molto forti. L’aspetto naturale e culturale della Sardegna non si dimentica. Diversamente dalle altre volte però, ora c’è qualcosa di terribile che mi riporta nella regione. Uno dei miei parenti stretti ha un grave problema di salute. Questo non è un viaggio di piacere, ma sfrutterò questo tempo per riflettere su alcune cose. Mentre l’aereo sorvola la Corsica, riesco già a vedere la Sardegna. Non posso fare a meno di ripensare a mio padre, che nell’ultima parte della sua vita non ha più potuto mettere piede nella sua terra. Credo che avrebbe dato un occhio anche solo per vederla da lontano, come sto facendo io. Quando ho sentito il bisogno di cercare una nuova casa, per prima cosa ho pensato all’isola che mi faceva stare bene, Tenerife. Chissà se anche mio padre pensava in questo modo alla Sardegna, ma mi chiedo perché non ho pensato di spostarmi in Italia e perché non ho pensato proprio alla Sardegna.Anche più tardi, quando ho capito che a Tenerife non potrò stare, neanche lì ho pensato all’opzione di restare nel mio Paese. È facile rispondere a questi dubbi. Per 15 anni ho viaggiato solo in Italia e posso dire di averla conosciuta tutta molto bene. Ci sono posti meravigliosi nel nostro paese, ma non si vive di meraviglia, purtroppo. Non c’è nessun posto in Italia che mi faccia stare bene come Tenerife e questa, purtroppo, è una realtà. Nessuna delle nostre province mi ha mai dato il benessere che alle Canarie è quasi istantaneo, tranne forse la Sardegna. E poi c’è il fatto che l’Italia è il paese con cui ho un rapporto un po’ strano, forse la crisi di mezza età, non lo so, ma il nostro Paese non lo riconosco più. L’Italia è diventato un Paese chiuso, ostile verso qualunque cosa, persona o idea che venga da fuori o che sia nuova oppure diversa dalla tradizione, qualunque cosa sia. Non ci piace cambiare. È proprio dei racconti di mio padre che ho imparato a conoscere meglio il mio Paese, quei racconti in cui diceva che uno dei suoi primi incarichi lo aveva portato in Alto Adige proprio negli anni degli attentati dei gruppi separatisti. Ricordava bene che lassù non era stato ben visto come carabiniere, ma nemmeno come sardo.Neanche trent’anni dopo io stavo frequentando le scuole superiori. Ricordo benissimo che come paese eravamo ancora fermi allo stesso punto dei racconti di mio padre. Era il momento delle polemiche sui TERRONI, sulle persone che dal sud arrivavano al nord. Questo tipo di pregiudizio c’era sempre stato, un po’, ma solo in quegli anni era nata l’idea di costruirci intorno un partito. Poi è arrivata l’Europa e ci siamo dovuti aprire al mondo. La parola che alcuni usavano come cavallo di battaglia negli anni 90 è stata messa sotto il tappeto in tutta fretta. Abbiamo iniziato a usarne un’altra più internazionale, per così dire, immigrati. Quella parola avrebbe potuto indicare qualsiasi persona, anche chi veniva a vivere in Italia dalla Francia o dagli Stati Uniti, ad esempio. Ma noi come paese abbiamo scelto di dedicarla agli immigrati che non vogliamo: quelli poveri, dimenticando che siamo stati migranti e poveri anche noi. Solo nei primi anni del Novecento si stima che 8 milioni di persone siano emigrate dall’Italia e poi altri milioni e poi altri ancora fino agli anni 70 e ancora dopo. Mio padre non è mai rientrato in quelle statistiche solo perché si era spostato in Italia. Oggi più di 250.000 persone ogni anno lasciano il paese per cercare fortuna altrove. Una grande parte di queste persone sono giovani e a differenza di quanto accadeva un tempo si tratta di persone laureate. Credo che qualche domanda dovremmo farcela, soprattutto su come pensiamo di affrontare il futuro anche imminente e invece continuiamo a non volere gli immigrati neri, ad esempio. Non diamo dignità alle persone che sono già qui e che lavorano, e non vogliamo che prendano la cittadinanza più velocemente se lo vogliono. L’ultimo referendum insegna: Il problema è che chi lancia slogan non dà risposte e sa benissimo che le nascite non basteranno a colmare questo gap. L’atterraggio brusco mi riporta alla realtà. Sono arrivato e ora che sono qui tanto vale cercare di capire se qualcosa è cambiato, se potrei trasferirmi qui. Sarebbe una scelta semplice. Resterei nel mio paese e troverei uno dei climi più secchi d’Italia, almeno in alcune zone della regione. Ci sarebbe il sole quasi tutto l’anno e il vento e l’aria che all’interno è ancora pulita e poi i colori, anche quelli sono terapeutici a modo loro. A mio padre piacerebbe tantissimo questa idea se ci fosse ancora. Ho la sensazione che se venissi a vivere in Sardegna sarebbe un po’ come chiudere il cerchio. Io tornerei a vivere qui dopo che Franceschino era stato costretto ad allontanarsene. Lo aveva fatto per dare alla sua famiglia delle condizioni migliori. Certo, e altrettanto farei io. Qui troverei le condizioni migliori per me e al tempo stesso porterei a termine il suo lavoro che era quello di dare a me un futuro migliore. Lui non aveva potuto tornare, ma in qualche modo la famiglia tornerebbe nell’isola. Sono tanti anni che non vengo in Sardegna. L’aeroporto di Cagliari mi sembra più grande, più moderno. Mentre mi sposto verso l’interno scopro che l’isola però è sempre uguale, eppure anche diversa allo stesso tempo. Mi sembra che il divario che c’era un tempo con l’Emilia Romagna adesso non ci sia più. Poi però lascio la Carlo Felice che è la strada principale della regione, come la via Emilia la è dalle mie parti. Entro nelle strade statali secondarie e noto un po’ di degrado. Ci sono tantissime buche e ci sono chilometri e chilometri di corsie inutilizzabili per via delle radici degli alberi che ci crescono sotto. Ci sono rifiuti qua e là, ma quello ormai succede anche in Emilia. Poi finalmente arrivo a casa. Rivedere i miei parenti è sempre bello, anche perché con il Covid e tutto il resto è un po’ che non ci vediamo. Decidiamo subito di andare al paesello dove è cresciuto mio papà. Nel cimitero gli zii hanno fatto installare una lapide alla sua memoria e vorrei vederla. Il paese dove andavo da bambino a trovare i nonni è molto diverso da come lo ricordavo. I nonni e tutte le altre persone che conoscevo e che lo rendevano autentico e vivace non ci sono più. Molte sono andate via, altre non sono più tra noi. Insomma, il paese si è spopolato come molti altri intorno. È un peccato vedere che c’è un bel sole, c’è il vento, c’è un clima mite che in Emilia non c’era quando sono partito, ma non vedo nessuno che possa godersi tutto questo. La calma però è assoluta e il vento di Aprile rende l’aria leggera e frizzante.Al cimitero, vicino alla lapide dei nonni, vedo quella di mio papà, anche se lui non è seppellito qui, ma in continente, come si dice in Sardegna. In silenzio piango per lui che avrebbe tanto voluto rimettere piede nella sua terra, ma non l’ha potuto fare già da molti anni prima che morisse. Senza pensarci troppo, prendo una manciata di terra che porterò sulla sua tomba una volta rientrato a casa in continente. Non posso fare a meno di pensare che forse anche per me andrà così. L’Italia potrebbe mancarmi tantissimo quando avrò trovato la mia nuova casa e a un certo punto potrei non tornare più neanche con le migliori intenzioni, neanche se lo volessi. È una cosa che devo essere disposto ad accettare, ma fino ad ora non ci avevo pensato. Il momento però non è triste. La campagna verde e l’aria pura sono troppo belle per lasciarsi andare a pensieri tristi. Finalmente capisco che alcune cose finiscono, altre continuano e deve essere così.A Oristano scopro una città tutta nuova che non ricordavo. È piccola, ma nonostante questo molto trafficata.L’ospedale dove si trova il parente che sono venuto a trovare dentro è bellissimo, è nuovo e apparentemente ben organizzato come un qualsiasi altro ospedale a cui sono abituato in Emilia. Fuori però è quasi cadente. Le erbacce infestano il cortile di cemento. Alcune finestre sono rotte ai piani superiori e i muri sono pieni di buchi. È come se ci fosse una guerra di cui non mi sono accorto o alcuni nemici invisibili avessero mitragliato l’ospedale. Tutta la scena però sembra successa non adesso, ma qualche tempo fa. Quei buchi sono lì da un po’. Mi dicono che i posti in quel reparto sono troppo pochi e che è uno dei pochi di quel tipo in tutta l’isola. L’idea di passare il mio futuro qui all’improvviso non mi sembra così buona. Starei meglio, sì, ma poi su quali servizi potrai davvero contare? Tutto questo stride enormemente con la bellezza naturale della Sardegna che conosco. Stona con i mari azzurri che da nord a sud ho conosciuto in tutte le decadi e nei viaggi precedenti. Paesaggi marini e collinari che ti rimettono a posto l’anima, spiagge di quarzo bianco che nemmeno le migliori isole caraibiche possono vantare. E poi luoghi con una cultura ancestrale in cui ogni respiro è carico di tradizione, fiero e sacro. Qui la vita la senti scorrere forte e ogni cosa ti fa pensare che è proprio qui che dovresti restare, che questo è finalmente il tuo posto. Ma ancora una volta la ragione riporta il cuore nel punto di equilibrio dell’oggettività.Vivendo qui avrei minori possibilità di lavorare e per me non è un dettaglio. In questo viaggio ho capito anche un’altra cosa e cioè che la Sardegna che sentivo mia, come il resto d’Italia d’altra parte, non c’è più. Crescendo in continente poi mi sento un sardo a metà, anzi forse solo a un quarto. Qui sarei solo un po’ meno straniero che altrove, ma non molto di meno. Non conosco gli usi e le tradizioni, non conosco la lingua che si parla qui. Forse c’è un altro modo di chiudere il cerchio, c’è un altro modo di dare senso e completezza al viaggio iniziato da mio padre. Devo trovare un posto ancora migliore che si possa chiamare casa. Perché se mio padre purtroppo è già arrivato alla fine del suo viaggio, è anche vero che il mio viaggio non è il suo. Il mio è un viaggio diverso che continua il suo, ma da un’altra parte. Porterò sempre nel cuore questa terra che mi ha dato origine e non la dimenticherò, ma il mio posto non è qui. A lungo andare percepirei tutte le difficoltà di questa isola grande, ma con molti limiti. Limiti che derivano anche dal fatto che la Sardegna è pur sempre Italia. Non mi resta che proiettarmi verso il mio prossimo viaggio. Devo capire se l’Atlantico gioca un ruolo preciso sulla mia salute. Le isole azzorre mi aspettano.Viaggio tra le isole d’Europa per trovare un posto dove il cuore vuole stare e il corpo non fa male. So che esiste, devo solo trovarlo. Se anche tu ami viaggiare o sogni di cambiare vita, seguimi in questo lungo viaggio verso casa. [Musica] Se ti va di aiutarmi, metti cinque stelline al podcast e vieni a trovarmi sul canale YouTube Verso Casa.#Sardegna#Podcast#Podcastitaliano#vivereinsardegna#vivereinitalia#nuovavita#fibromialgia#artrite#versocasa