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#AccordiEDisaccordi #20settembre #LucaSommi #MarcoTravaglio #AndreaScanzi #FrancescaAlbanese #AlessandroOrsini #EnzoIacchetti #Televisione #Nove #Canale9 #Loft


Gli ultimi otto messaggi ricevuti dalla Federazione
  • @annamam@mastodon.social hello and welcome to the

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  • Magnetic-Suspension Hoverboard is Only 11 Years Late

    Anyone who saw Back to the Future II was disappointed when 2015 rolled around with nary a hoverboard in sight. There have been various attempts to fake it, but none of them quite have the feel of floating about wherever you’d like to go that the movie conveys. The little-known YouTuber [Colin Furze] has a new take on the idea: use magnets. Really big magnets.

    If you’re one of [Colin]’s handful of subscribers, then you probably saw his magnetic-suspension bike. We passed on that one, but we couldn’t resist the urge to cover the hoverboard version, regardless of how popular [Colin] might be on YouTube. It’s actually stupidly simple: the suspension is provided by the repulsive force between alarmingly large neodymium magnets. In this case, two are on the base plate that holds the skateboard ‘trucks’, and two are on the wooden ‘deck’ that [Colin] rides upon.

    Of course magnetic repulsion is a very unstable equilibrium, so [Colin] had to reduce the degrees of freedom. In his first test, that was with a pair of rods and linear bearings. That way the deck could only move in the z-axis, providing the sensation of hovering without allowing the deck to slide off its magnetic perch. Unfortunately those pins transferred too much vibration from the ground into the deck, ruining the illusion of floating on air.

    After realizing that he’d never be able to ollie (jump) this massive beast of a skateboard, [Colin] decides he might as well use a longboard instead. Longboards, as the name implies, are long skateboards, and are for transportation, not tricks. The longboard gets the same massive magnets, but after a couple of iterations to find a smoother solution — including a neat but unsuccessful tensegrity-inspired version — ends up with a pair of loosely-fitted pins once again, though relocated to the rear of the board. From the rider’s perspective, it looks exactly like a hoverboard, since you can’t see underneath from that angle. According to [Colin], it feels like a hoverboard, too.

    The only way to do better would be with eddy currents over copper, or superconductors over a magnetic track, but both of those methods limit you to very specific locations. This might be a bit of a fakeout, but its one with a degree of freedom. One, to be specific. You have to admit, it’s still less of a fake than the handle-less Segway we got in 2015, at least.

    youtube.com/embed/yzXZ7cZXifo?…

    hackaday.com/2026/03/15/magnet…

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  • @geeknik this sound like a dystopian fiction. Don’t wanna believe it.

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  • @geeknik

    Have never, don't, will never understand why people.
    No wonder advertising won everything.

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  • @geeknik Yup. It was a honeypot. All this time.

    And bombs will drop according to that location data some day.

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  • @dbattistella @argals

    Friend of mine came back from the Netherlands after visiting family, & told me about a meeting he sat in on with some of wife's colleagues & their management. Friend was boggling at how colleagues were just taking the •piss• out of mgmt for some stupid decision.

    My immediate thought: "That's socialized healthcare for you."

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  • @silvermoon82 @fesshole You forgot the voucher for a bidet…

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  • @alienghic @annamam That's an oddly accurate description of this place.

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    PERCHÉ NO, la guida pratica al referendum di Marco Travaglio.https://www.youtube.com/watch?v=u9gt-Fg9eNk#MarcoTravaglio #Referendum #Giustizia #ReferendumGiustizia #ReferendumCostituzionale
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    RE: https://freefree.ps/@faab64/115804895952119233Francesca Albanese" Jamais je n'aurais imaginé voir les dirigeants européens se retourner contre leurs propres citoyens, réprimant les manifestations, la #liberté de la #presse et les libertés #académiques, tout cela pour éviter de demander des comptes à un état #génocidaire.Mais l'Histoire montre que la #barbarie ne s'annonce jamais à l'avance; elle arrive souvent avec les habits de la #civilisation "#FrancescaAlbanese #Europe #Gaza #SauvezGaza #StopIsrael #SanctionIsrael #BDS #Palestine #Israel #Politique #Genocide #CeasefireScam @palestine
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    PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE?di Lavinia Marchetti Ci sono figure che entrano nel dibattito pubblico e diventano un bersaglio immediato, come se concentrassero su di sé tensioni rimaste a lungo senza nome. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, rientra in questa categoria. Prima donna in quel mandato, confermata per un secondo periodo dopo il 2025, si muove in uno spazio già infiammato e infettato. Svolge un ruolo in cui si parla di colonialismo, di genocidio e di diritto internazionale. Cosa significa? Significa mettere il becco nelle colpe dell’Europa. Nel suo caso, però, la quantità di odio, dileggio, aggressione simbolica supera di molto il conflitto politico usuale. Viene sanzionata dagli Stati Uniti per i suoi rapporti sul ruolo delle imprese nell’economia dell’occupazione; viene dichiarata indesiderata in Israele; riceve attacchi continui da governi, partiti, gruppi di pressione filoisraeliani, mentre una parte consistente della società “civile” globale firma appelli a sua difesa. Analizziamo un po’ più in dettaglio i meccanismi dell’odio.- UNA DONNA CHE PARLA CON AUTORITÀ IN UN CAMPO MASCHILEPrima stratificazione: il genere. Francesca Albanese occupa una posizione di autorità in un territorio tradizionalmente maschile, quello della sicurezza, della guerra. Entra in aula a Ginevra con un ruolo formale, produce rapporti che svelano e attaccano il marcio che si annida dietro le relazioni internazionali e si permette di usare il linguaggio e le categorie che nessun governo (o stampa di regime) vuole sentire: occupazione coloniale, apartheid, genocidio, e, come se non bastasse si permette, dalla sua posizione, di chiedere sanzioni e embargo sulle armi. La sua presenza rompe l’immagine rassicurante della giurista “tecnica”, incaricata di smussare gli spigoli, niente linguaggio diplomatico. La sua lingua resta sobria, però sceglie parole che nessuno con un ruolo istituzionale dovrebbe dire. Chi ascolta vede una donna italiana, madre, (non come quell’altra donna, madre, cristiana che flirta con gli uomini di potere) con accento riconoscibile che non nasconde, e che, non si concede esitazioni nel pronunciare giudizi giuridici gravissimi su Israele e sui complici occidentali. In una cultura che tollera la donna esperta, purché addolcisca, limi, una voce femminile che formula capi d’accusa destabilizza ruoli sedimentati. Quindi che succede? Si attiva una dinamica antica che vede l’insofferenza verso la donna che rifiuta la parte dell’anima consolatrice e rivendica quella di giudice. Non a caso circolano certe etichette: fanatica, faziosa, estremista. Queste etichette ricalcano il vecchio funzionamento maschilistico, lei è una “strega” dopo tutto no? Le etichette funzionano come tentativi di ricondurla in un registro emotivo, quasi isterico, per svuotare la sua competenza giuridica. Lo stesso gesto, compiuto da un uomo anglosassone, appare spesso come severità istituzionale; compiuto da una donna italiana diventa subito “esagerazione”. Un escamotage vecchio come il mondo, anzi come il patriarcato.- LA FIGURA DEL TRADITORE INTERNO Secondo strato: l’identità occidentale. Francesca Albanese viene da un paese NATO, europeo, con una memoria pubblica ossessivamente centrata sulla Shoah e sul sostegno a Israele come risarcimento storico. Nel momento in cui afferma che a Gaza si configurano atti di genocidio ai sensi della Convenzione del 1948, sposta quell’apparato memoriale. Non contesta la centralità dell’Olocausto; afferma che la categoria creata per leggere Auschwitz vale anche per altre vittime oltre agli ebrei. Reato di lesa maestà della sofferenza storica. Ecco la diatriba con Liliana Segre, la quale non vuol concedere statuti di sofferenza ad altri popoli, non con l’intensità dell’olocausto. Va bene tutto, ma mai genocidio. Ci mancherebbe. Chi è la vittima suprema, biblica, se non la popolazione ebraica? Questo passaggio apre una ferita profonda nel narcisismo europeo. L’Occidente, descritto da Enzo Traverso come spazio capace di rovesciare gli aggressori in vittime, vede incrinarsi la rappresentazione di Israele come puro soggetto di difesa legittima. Il dispositivo mentale che da decenni presenta il conflitto come “democrazia assediata” contro “terrorismo” riceve un colpo frontale da una voce interna al campo euro-atlantico, che richiama alla lettera la Convenzione sul genocidio e la giurisprudenza internazionale. Da quel momento Albanese non appare più solo come voce critica, ma diventa, sul piano immaginario, figura di traditrice: una donna occidentale che rifiuta il patto implicito secondo cui si può parlare della Palestina solo entro certi confini linguistici. Invece di attenuare la responsabilità di Israele, la mette al centro; in luogo della retorica sulla sicurezza, insiste sui civili palestinesi sterminati; al posto della “complessità” genericamente evocata, elenca crimini tipizzati, crimini, peraltro, davanti agli occhi di tutti. Dice che il Re è nudo. In un paese come l’Italia, abituato a identificarsi con il campo dei “buoni” nelle guerre statunitensi ed europee, la figura dell’italiana che altrove, in sede ONU, incrimina il nostro alleato strategico e parla di complicità in genocidio del suo paese, produce un senso di vergogna rovesciata: invece di interrogare la complicità, si colpisce chi la rende visibile.- IL BRUTALE LINGUAGGIO GIURIDICO, SENZA SMUSSAMENTI RETORICITerzo strato: lo stile. Francesca Albanese sceglie una lingua che rifiuta eufemismi. Parla di “economia del genocidio”, descrive l’insieme di imprese che traggono profitto dall’occupazione, indica per nome le responsabilità di stati e aziende, chiede embargo sulle armi. Questo modo di parlare infrange la convenzione che regola il linguaggio istituzionale occidentale sulla Palestina. Da anni il discorso ufficiale usa formule da anestesia morale: “conflitto”, “ciclo di violenza”, “uso sproporzionato della forza”, “misure di sicurezza”, “diritto di Israele a difendersi”. Albanese sostituisce quelle formule con categorie giuridiche ben precise, peraltro riscontrabili, da definizione! Lo fa senza enfasi lirica, senza estetizzare il dolore, con un tono accusatorio, come ci si aspetterebbe da una giurista, ma non da una giurista attaccata con le unghie a una poltrona. Ecco l’anomalia. Per una parte significativa della classe dirigente italiana e europea questo stile risulta intollerabile, si vede che lo soffrono, vorrebbero stesse zitta, lo si percepisce. I politici guerre-interventisti, soprattutto nel campo che ama definirsi progressista, vivono da decenni in un equilibrio fragile in cui votano “missioni”, autorizzano basi militari, firmano trattati, però continuano a raccontarsi come custodi dei diritti umani. Una voce che arriva dall’interno dell’establishment internazionale, e che mostra la distanza fra auto-immagine morale e pratiche effettive, crea dissonanza cognitiva. La reazione istintiva consiste nel delegittimare chi parla. Più la relatrice ripete che il diritto internazionale vale per tutti, più i suoi detrattori la descrivono come ideologa. Invece di misurare le accuse con i fatti, spostano il fuoco sul soggetto che le formula: si scandagliano vecchi post, frasi uscite da conferenze di anni precedenti, qualunque elemento utile a costruire una biografia deviata. In psicologia sociale questo movimento ha un nome preciso: proiezione. L’aggressività accumulata per riguardo alle atrocità a Gaza ricade su chi testimonia, perché riconoscere il crimine significherebbe ammettere un tradimento dei propri valori dichiarati.- IL CASO "LA STAMPA" E LA RICHIESTA DI ABIURA TOTALELa recente polemica sulla sua presa di posizione dopo l’irruzione di alcuni manifestanti nella sede de La Stampa rende visibile un ulteriore meccanismo. Albanese esprime solidarietà al giornale, ribadisce che la resistenza alla “cultura dell’abuso” richiede forme senza violenza, chiede giustizia per il raid, e nello stesso tempo ricorda le responsabilità dei media nella costruzione di uno sguardo distorto sulla Palestina, parla di “monito” e quindi viene giù il mondo. Ovvio no? Questo doppio registro, condanna dell’aggressione e critica dell’informazione dominante, infrange il rito che buona parte dell’editoria pretende dai dissidenti: una solidarietà univoca, inginocchiata, quasi servile, priva di appunti sulla propria condotta. “Libera stampa”, da quando? Abituato a essere soggetto che giudica e al massimo ammette “errori” astratti, il sistema mediatico italiano vive come lesa maestà qualunque richiamo concreto alle omissioni, alle menzogne e al silenzio ventennale sul laboratorio Gaza. Da qui l’operazione di travisamento: il passaggio in cui la relatrice richiama all’etica dei mezzi, riafferma il carattere imprescindibile della non violenza e della responsabilità individuale, viene quasi cancellato, sostituito dall’accusa di “mancata solidarietà”. La scena del giornale assediato diventa occasione per separare la giurista dal movimento di solidarietà con la Palestina, come se la sua presenza in piazza fosse l’elemento più pericoloso da isolare, più dei manganelli su studenti e attivisti.@attualita #francescaalbanese
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    PS se non avete mai letto i cablo della diplomazia rivelati da #WikiLeaks in partnership con noi sulle immense pressioni USA per affossare il gasdotto South Stream dovete leggerli assolutamente: continuano a farci capire il presente