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Apprezzata review di #Metropolis di Lucia Tedesco; uno dei film preferiti di papà.

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    Apprezzata review di di Lucia Tedesco; uno dei film preferiti di papà.

    Metropolis non nasce dal nulla: Lang prende un filo già teso e lo trasforma in un cavo d’alta tensione. La macchina come centro (e padrone) dell’attività umana è un’ossessione che attraversa il cinema quasi fin dall’inizio, poi esplode dopo di lui.
    Già nel cinema muto la macchina è ambigua: promessa di progresso e minaccia disumanizzante (profetico, vero?).

    In "A Trip to the Moon” (1902, di Méliès) la macchina è ancora giocattolo e meraviglia. Razzi, ingranaggi, leve: la tecnologia è fantasia,è l’infanzia del mito tecnologico che tutti abbiamo sognato!

    Lo straordinario corto "The Electric Hotel” (1908, di Segundo de Chomón) vede valigie che si disfano da sole, spazzole automatiche, letti meccanici. È una satira purissima dell’automazione. La macchina come servitore… che sfugge di mano (anche di questa tematica il cinema ne ha lodato l'imperfezione).

    E poi c'è "Homunculus” (1916, grnuino Otto Rippert) che è poco conosciuto ma cruciale: un uomo artificiale, creato in laboratorio, "vive" alienato, incapace di empatia. Qui la macchina (o l’uomo-macchina) è già allo stadio di tragedia morale.

    Il tema industriale torna anche in "Algol” (1920, di Hans Werckmeister) dove lo scenario è in pratica l'utopia dell'energia infinita, il potere industriale, alienazione (che torna ad essere tratto dominante del futuro immaginato). Anticipa Metropolis in modo sorprendente: il controllo delle masse passa attraverso il controllo della tecnologia.

    Tutti questi film preparano il terreno, ma Lang fa il grande salto: la macchina non è più un oggetto narrativo, è l’architettura stessa della società. E dopo l'uscita, il cinema non torna più indietro. La macchina diventa sistema, ideologia, destino.

    Da vedere assolutamente: "Modern Times” (1936, di Chaplin) che fornisce una risposta umanista alla catena di montaggio che divora l’uomo. Satira, sì, ma lucidissima dove l’essere umano viene ridotto a ingranaggio intercambiabile (un po' come in "Elysium").
    Adorabile è "Things to Come” (1936, di William Menzies), tratto da H.G. Wells: la macchina come "possibile" salvezza tecnocratica. Un ottimismo quasi inquietante, con l’ordine meccanico contro il caos umano.
    "2001: A Space Odyssey” (1968, capolavoro di Kubrick) segna il punto di non ritorno: HAL 9000 non è più una macchina che serve l'uomo: lo valuta (concetto ripreso in "Alien").
    "THX 1138” (1971, di George Lucas) vede la macchina come sistema di controllo totale. Non solo hardware, ma burocrazia, farmaci, sorveglianza. Metropolis senza cattedrali, solo corridoi, insomma.
    E poi "Blade Runner” (1982, di Ridley Scott).. Qui la domanda si ribalta: se la macchina prova emozioni, cos’è l’uomo? La centralità non è più la macchina industriale, ma quella ontologica. Il concetto viene poi ampliato, in un'ottica più introspettiva in "Blade Runner: 2049".
    Con "The Matrix” (1999, dei fratelli - ora sorelle - Wachowski) è la perfetta chiusura del cerchio: l’uomo è letteralmente una batteria. La macchina non organizza il lavoro umano, lo coltiva per alimentarsi (concetto visto anche in "Soylent Green").
    Lang, alla fine, non ha inventato il tema; paradossalmente ha fatto di peggio (o di meglio): lo ha reso inevitabile.

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